Sanremo è appena passato e, come ogni anno, ha diviso, emozionato, distratto, fatto discutere. Ma quest’anno più degli altri mi sono chiesto che senso abbia parlare di musica, spettacolo e leggerezza mentre fuori dal nostro piccolo perimetro quotidiano continuano a bruciare guerre, tensioni internazionali, crisi sociali che sembrano non concedere tregua.
Eppure, proprio per questo, credo che Sanremo, con tutte le sue contraddizioni, ci dica qualcosa di importante sul nostro modo di comunicare e di stare nel mondo.
Viviamo immersi in un flusso continuo di parole, opinioni, polemiche. Sanremo amplifica questo rumore, ma allo stesso tempo ci ricorda che la comunicazione veicolata dallo spettacolo, può ancora essere un ponte: tra generazioni, tra sensibilità diverse, tra chi soffre e chi cerca un modo per esprimersi.
Non tutto ciò che passa da un palco è profondo, ma ogni palco può diventare un’occasione per dire qualcosa che conta.
In tempi difficili, la leggerezza non è superficialità. È una forma di resistenza emotiva.
Guardare un festival, ascoltare una canzone, lasciarsi toccare da un’esibizione può sembrare poco, ma spesso è ciò che ci permette di ricaricare energie, di ritrovare un minimo di equilibrio per affrontare ciò che davvero pesa.
Sanremo è anche un esercizio di centratura. Ci invita a scegliere cosa ascoltare, cosa ignorare, cosa ci risuona davvero. In un mondo che ci tira da tutte le parti, questa capacità di selezionare, di restare presenti, di non farsi travolgere dal rumore è una competenza fondamentale.
Non serve idealizzare Sanremo, né demonizzarlo.
Possiamo guardarlo per quello che è: un momento collettivo che, nel bene e nel male, ci ricorda che siamo ancora capaci di emozionarci insieme. E forse, in un tempo di conflitti e incertezze, questa è già una piccola forma di pace. Alla fine cosa importa chi vince o chi perde, i cantanti lo hanno capito da un pezzo, è una vetrina che deve contenere più cose per piacere a più persone.

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