Nella carne è uno di quei libri che non ti travolgono: ti si avvicinano.
Io l’ho sentito così, come una mano sulla spalla nei giorni in cui non sai bene da che parte stai andando. Szalay racconta una vita intera senza mai alzare la voce, e forse è proprio questo che colpisce: la delicatezza con cui ti ricorda che siamo tutti più fragili e più forti di quanto pensiamo.
Pagina dopo pagina, ho avuto la sensazione di guardare un essere umano mentre cambia pelle, mentre cade, mentre prova a ricostruirsi. E inevitabilmente ho guardato anche me: le mie stagioni storte, le scelte che non ho fatto, le versioni di me che ho lasciato indietro e quelle che sto ancora imparando a diventare.
La cosa che mi ha toccato di più è questa: il libro non ti chiede di essere risolto. Ti dice che l’identità non è un punto fermo, ma un movimento e che puoi cambiare direzione, ritmo, intenzione.
Che non sei obbligato a restare dove sei solo perché ci sei stato a lungo. Quando ho chiuso l’ultima pagina, non ho sentito la fine di una storia, ma un piccolo inizio dentro di me. Ci porta ad una domanda semplice, quasi sussurrata: “E adesso, cosa vuoi diventare davvero?”
E' un libro che non ti cambia la vita, ma ti cambia lo sguardo con cui la guardi.

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