Dopo il Referendum: quando il rumore copre la voce della democrazia

 

Ci sono momenti in cui un Paese dovrebbe fermarsi, respirare e ascoltare. Il referendum è uno di questi: un’occasione preziosa per esercitare un diritto antico e fragile, quello di esprimersi. 

Eppure, anche questa volta, qualcosa si è perso per strada.

Non nel voto in sé, ma nel modo in cui il voto è stato raccontato, usato, trasformato. Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un fenomeno sempre più frequente: il voto non come scelta, ma come bandiera. Da una parte e dall’altra, destra e sinistra hanno trasformato il referendum in un terreno di scontro simbolico, più utile a consolidare identità che a discutere contenuti.

Non è una colpa, è una dinamica: la politica contemporanea vive di narrazioni, di slogan, di appartenenze. Ma in questo gioco di specchi, spesso l’essenza del referendum si dissolve.

Il risultato non diventa più un messaggio dei cittadini, ma un trofeo da esibire o un pretesto per attaccare l’avversario. E così, lentamente, il voto smette di essere un gesto democratico e diventa un episodio di campionato.

La cosa più sorprendente non è stata la campagna, ma il “dopo”. Invece di fermarsi a capire perché le persone hanno votato in un certo modo, molti hanno preferito: demonizzare il risultato, rivendicare una vittoria simbolica, accusare l’altro campo, usare il voto come arma retorica.

È un copione che conosciamo bene: la politica, sia di destra che di sinistra, che parla alla politica, mentre la società resta sullo sfondo. Eppure, il referendum dovrebbe essere l’esatto contrario: un momento in cui la politica ascolta il Paese, non il Paese che ascolta la politica.

Il 60% circa di affluenza non è un trionfo.

È un dato “in linea”, certo, ma comunque basso per un Paese che vuole definirsi partecipativo. La cosa più sorprendente è che quasi nessuno, né a destra né a sinistra, sembra preoccuparsene davvero. Eppure credo sia, invece, un segnale importante, perché circa metà del Paese non si sente coinvolta, circa metà del Paese non si riconosce nel dibattito e perché circa metà del Paese non trova motivi per partecipare.

Non è un’accusa, è una constatazione.

E forse è proprio qui che dovremmo concentrare le energie: non nel celebrare o criticare il risultato, ma nel capire perché così tante persone non si sentono più parte del processo democratico. Eppure, in mezzo a tutto questo, c’è una buona vibrazione che vale la pena cogliere. Il referendum, anche quando polarizzato, ci ricorda che la democrazia esiste solo se qualcuno la esercita, il confronto è più utile dello scontro, il dissenso è una ricchezza, non un problema e la partecipazione non è un obbligo, ma un invito.

Forse il vero compito del dopo‑referendum è proprio questo: ricostruire un clima in cui il voto torni a essere un gesto di senso, non un gesto di appartenenza. 

Il referendum è passato e lascerà spazio ad altri argomenti di discussione, di lotta e di fazioni. Ma ci ricorda che la democrazia non vive nei risultati, ma nel modo in cui li attraversiamo. E che un Paese cresce non quando vince una parte, ma quando tutte le parti imparano a guardare oltre il tifo.

Forse è il momento di tornare a un’idea più semplice e più alta di politica quella che non divide, ma orienta, che non urla, ma ascolta, che non usa il voto, ma lo onora.

E questa, sì, è una buona vibrazione.



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